Educare nell’era della post-verità

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Oggi ricominciano le scuole in Emilia-Romagna. A sorpresa ho una cattedra in una scuola in cui avevo già insegnato un paio di anni fa. Fino all’avente diritto, chissà se fino alla fine dell’anno. Non so nemmeno che classi avrò.

Però un paio di eventi recenti mi hanno fanno riflettere in questo tormentato avvio di anno scolastico.

Primo: la lettura di un articolo di Katharine Viner, giornalista britannica e direttrice del Guardian, pubblicato su Internazionale 1168 con il titolo “La fine della verità” (qui la versione originale in inglese). Un lungo pezzo sui cambiamenti epocali a cui la tecnologia e i social media hanno sottoposto i mezzi di comunicazione oggi e sulla battaglia tra verità e menzogna, tra individui informati e masse di sprovveduti:

L’elemento comune di tutte queste battaglie – e quello che ne rende urgente la fine – è l’indebolimento dell’importanza sociale della verità. Non significa che non ci sia più la verità, ma che non siamo più in grado di metterci d’accordo su quale sia. E quando non c’è consenso sulla verità né un modo per raggiungere questo consenso, subentra il caos.

L’articolo è davvero forte, merita una lettura integrale e si chiude invocando un recupero dei valori tradizionali del giornalismo, “che sono quelli di raccontare i fatti, verificarli, raccogliere le dichiarazioni dei testimoni oculari, cercare di scoprire quello che è successo veramente”.

Secondo: un seminario regionale a cui ho partecipato ieri, conclusione di un bel progetto sull’Educazione alla Cittadinanza Mondiale dal titolo “Un solo mondo, un solo futuro”. Con docenti, rappresentanti di università e ong si è parlato del bisogno di un’Educazione alla Pace e al riconoscimento dei Diritti e delle Diversità.

Questi due stimoli – apparentemente scollegati – mi fanno pensare a quanto sia difficile lavorare nelle classi per la costruzione di comunità educative vive e pensanti, democratiche e libere. Trovo sempre più difficile trattare argomenti di cui è urgente parlare, su cui la nostra sensibilità e la stessa società civile ci spronano a riflettere, che proprio i nostri alunni e le nostre alunne ci chiedono di analizzare, di semplificare, di spiegare – basti pensare all’Isis, al terrorismo mondiale, alla crisi dei migranti, allo svuotamento di senso della politica tradizionale – trovo difficile affrontare tutto questo quando il concetto stesso di verità sembra perdere di senso, di valore. Come si fa? Ma anche, come si può pensare che tutto questo non debba entrare nelle aule, nelle scuole?

Le parole di Philippe Meirieu sono da riscoprire, da ripensare:

In una società democratica, l’educazione è sostanzialmente educazione alla democrazia: essa forma cittadini capaci di comprendere il mondo, definire insieme il bene comune e lavorare a una maggiore solidarietà tra uomini e popoli.

L’incontro con i miei futuri alunni e alunne, il nostro metterci al lavoro insieme sarà il modo più efficace per capire come affrontare tutta la complessità che il mondo di oggi ci impone.

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Una rivista di riferimento

Tra i riferimenti importanti per la mia formazione pedagogica rientra senz’altro una rivista: si tratta di Educazione Democratica. Una rivista semestrale che leggo con attenzione da qualche tempo e che si occupa di pedagogia politica, nel senso più profondo e vero del termine. Nei dieci numeri usciti finora (consultabili e scaricabili gratuitamente qui) sono stati molti gli autori e i fenomeni politici e sociali affrontati: Danilo Dolci, Paulo Freire, John Dewey, Aldo Capitini, l’educazione popolare, la medicalizzazione della scuola, l’educazione degli adulti.

Il bel manifesto redatto dalla comunità scientifica che gestisce questo progetto stimola tanti pensieri e mi trova pienamente d’accordo su molti punti, a partire dal legame inscindibile tra educazione e democrazia.

L’educazione democratica parte dalla relazione tra docente ed alunno per ripensarla a fondo come relazione simmetrica. Essa supera il concetto di autorità con quello di cooperazione nella ricerca della verità e nella crescita comune. Il docente non è un modello, il termine fisso del processo evolutivo degli studenti, ma una persona impegnata insieme ai suoi studenti in un percorso comune di crescita. […] Perché nessuno, per quanto grande siano la sua cultura e la sua spiritualità, può considerarsi nulla più che un umile esploratore della complessa realtà che l’uomo e le sue possibilità rappresentano. Nell’educazione democratica scompare la classe intesa come gruppo di persone che, senza comunicare e collaborare tra di loro, ascoltano la lezione. La struttura adeguata all’ideale dell’educazione democratica è il gruppo di ricerca, un insieme di persone che costruiscono conoscenza valorizzandosi reciprocamente, comunicando in modo profondo, impiegando in modo creativo le proprie competenze, sotto la guida di un docente che non trasmette conoscenze, ma coordina ed orienta il lavoro comune

Parlare di pedagogia politica sembra trascinarci sul terreno scivoloso dell’ideologia ma, in realtà, pone solo altri interrogativi, fortemente legati alla pratica educativa: 

Quale tipo di educazione è coerente fino in fondo con l’ideale democratico? Poiché la democrazia è quel sistema politico nel quale è possibile una piena realizzazione dell’umano, questo problema si risolve in quello più generale, proprio della pedagogia: quale è il miglior modo di educare? Metodologicamente, questa ricerca terrà conto del legame indissolubile tra mezzi e fini. Se il fine dell’educazione è una società di uomini liberi ed uguali, il mezzo non potrà essere che un’educazione che rispetti nel modo più rigoroso la libertà e l’uguaglianza; se il fine è una società nella quale tutti abbiano potere, l’educazione migliore non potrà essere che quella che abitua gradualmente, concretamente all’esercizio del potere.

Una delle spinte a iniziare questo blog è giunta proprio dagli articoli che ho letto su Educazione Democratica, dal bisogno di definire un mio orizzonte di riferimento pedagogico, di taglio – necessariamente – politico.

Entrando in classe mi pongo inevitabilmente il problema di considerare quale sia il modo migliore per realizzare un’educazione realmente democratica, non violenta e rigorosamente rispettosa di libertà e uguaglianza.

Tra qualche settimana la rivista uscirà con un nuovo nome e un nuovo editore: Educazione Aperta. Rivista di pedagogia critica, pubblicata dall’editore Quintadicopertina. A presto!

Back to school…quando?

Come ogni anno, settembre è un mese carico di aspettative, progetti, voglia di ripartire ma anche di dubbi. Il primo: dove insegnerò quest’anno?

I mesi estivi sono stati lunghi e piacevoli, nonostante le fittissime polemiche per i risultati parziali del Concorsone (numerosi bocciati, mancanze di griglie di valutazione e di commissioni stabili, prove mal strutturate, ecc.). Al momento, non si hanno ancora i risultati della prova scritta dell’Ad04 dell’Emilia-Romagna, a oltre quattro mesi dal giorno del test.

Tutto ciò ha un senso, crea dibattito, polemiche, voglia di criticare qualcosa di indegno e meschino, ma mi annoia terribilmente. Leggere opinioni contrastanti e lamentele continue è confortante, ti senti compreso e partecipe, ma lascia anche un gusto amaro in bocca. E non serve a molto.

In ogni caso, siamo a settembre e ho voglia di tornare in classe, di progettare percorsi didattici, di conoscere ragazzi e ragazze con cui condividere un percorso educativo. Nonostante la precarietà. Nonostante la supplentite. Nonostante tutto perché questo è il lavoro che mi piace e che voglio fare.

Riprendo questo blog dopo un bel po’ di tempo e, insieme, riparto con un nuovo Mooc, sempre proposto dalla Teacher Academy: stavolta il tema è Cultural Diversity in your Classroom, la prima di tre parti di un corso sull’intercultura a scuola.

Ho una serie di materiali (testi, libri letti, articoli) che voglio iniziare a caricare e a condividere qui, cercando di capire come organizzarli.

Insomma, si ricomincia!