Prof, cosa vuol dire antifascista?

Domande, dubbi che emergono in modo forte in questi giorni.

Parlare di fascismo e antifascismo a scuola potrebbe essere un argomento come un altro. Un insegnante di Lettere ne tratta tanti abitualmente, i libri di Antologia per la scuola Secondaria di Primo grado hanno sezioni dedicate ai grandi temi: diritti umani, domande sulla vita, momenti storici importanti, testi presentati appunto per riflettere e discutere in classe.

Ma come si fa? Come si fa a parlare di qualcosa di così urgente, di qualcosa che non è semplice riferimento a un’epoca storica ma che dovrebbe essere pensiero e pratica quotidiana, qui e oggi? Quando si introducono temi così grossi si sente addosso l’obbligo di parlarne, ma anche una difficoltà enorme: si ha il timore di risultare retorici, vuoti, inefficaci.

Ho in mente un articolo di Cristian Raimo letto qualche anno fa in cui raccontava come si presentasse ai suoi alunni e alle sue alunne dichiarando il suo essere un professore antifascista e cercando di motivare le sue convinzioni: anche lui cercava di dare risposte a quegli alunni che gli chiedevano ragioni del suo definirsi antifascista.

Quest’anno ho un’ora di Approfondimento in una Terza, una classe che vedo solo un’ora alla settimana e con cui sto sperimentando percorsi diversi legati alla lettura e alla scrittura. Ultimamente stiamo affrontando il grande tema dei diritti umani, abbiamo letto un testo che dovrebbe invitare a riflettere sul razzismo, dove si parlava di aggressioni razziste. Quando abbiamo allargato la discussione al mondo fuori dalla scuola, il discorso è caduto sull’attentato terroristico di Macerata.

In realtà il discorso quasi non c’è stato, le mie domande cadevano nel vuoto e riflettere su una cosa grossa come uno squallido attentato razzista si è rivelato difficile, come se ormai ci fosse un’abitudine a certe notizie, a certi atteggiamenti che tanto non colpiscono più.

E questa abitudine a dover trattare temi importanti a scuola (vedi bullismo, diritti umani, ecc.) se da una parte porta a un giusto sdegno nei testi scritti dagli alunni dall’altra, però, si trasforma in classe in un mutismo che strozza le energie, in una mancanza di volontà nel parlare di queste cose. In una mancanza di interesse.

A cui si aggiunge, però, la classica risatina quando qualcuno fa il nome di noti politici xenofobi, conosciuti per le loro dichiarazioni razziste, per i loro discorsi infarciti di odio, populisti e per questo così insidiosi.

Sarà una questione di età e non ti puoi aspettare che a tredici anni ci si indigni per qualcosa di così infame? C’è una regressione sociale che ormai accetta apertamente che razzismo e fascismo siano tutelati dal sistema democratico, tanto che le parole di Pertini del 1960 ormai suonano vuote? O forse c’è solo bisogno di ritrovare il tempo e le parole per dare il giusto nome alle cose, spiegare che alcune idee vanno sostenute con coraggio e altre combattute con altrettanto coraggio?

Aidan Chambers, autore di Cartoline dalla terra di nessuno, un libro ambientato ai tempi dell’occupazione tedesca dell’Olanda, in un bel passaggio mostra la contrapposizione tra i nazisti e chi lottava per la libertà:

Quella macchia d’infamia sulla nostra storia che cerchiamo di dimenticare, ma invece dovremmo tenere a mente, perché ci ricorda ciò che senza un’attenta vigilanza chiunque di noi potrebbe diventare. Quella gentaglia ci avrebbe traditi per fanatismo ideologico, l’eterna vergogna della razza umana. Ma gli altri, la maggioranza della nostra nazione, che ci piace pensare sia la più onesta al mondo? Quando la gente è disperata si comporta come non farebbe mai in tempi migliori. È facile condannare certe azioni, ma solo se non ci si è mai trovati di persona in circostanze simili.

Ecco, bisognerebbe ritrovare il tempo per dare il giusto nome alle cose e riempire di valore parole che altrimenti rischiano di scivolare via, senza lasciare traccia.

Annunci

Rinnovarsi

Ho riguardato il mio blog a distanza di mesi. Ci ho trovato un’assenza, qualche post sparso qua e là e mi è tornata voglia di scrivere. Non solo di scuola.

Mi piacerebbe scrivere anche di libri, di scrittura, di musica, di quello che mi piace, mi colpisce, mi interessa.

Potrebbe diventare uno spazio anche aperto ai miei alunni e alle mie alunne, dove carico materiali e link che ritengo interessanti, utili, curiosi.

Potrebbe prendere tante strade, indossare abiti diversi, cambiare look. Intanto inizio a riprendere contatto. Scrivendo.

Ora di Fantastica

Un’ora alla settimana dedicata alla lettura e alla scrittura. Pienamente. Senza valutazioni, schede-libro, domande di comprensione del testo. Libera.

narrative-794978_1280

E’ quello che ho cominciato a fare da settembre con la mia 2F, una classe con cui ho avviato senza pensarci troppo questo momento settimanale che, man mano, sta diventando sempre più sentito e appassionante.

Ci ritroviamo all’ultima ora del venerdì, leggiamo insieme, ogni tanto salta fuori un argomento interessante e ci mettiamo a scrivere. Senza obblighi. Poi chi se la sente legge quello che ha scritto, magari ci torna a lavorare a casa e la settimana successiva riporta in classe il testo modificato. Spesso sono i compagni stessi a suggerire modifiche e miglioramenti. E’ un po’ un modo per salutarci piacevolmente al termine di una settimana di lavoro condiviso, impegnativo.

A far da cornice a quest’ora c’è un testo, L’inventore di sogni di Ian McEwan, che leggo saltando di capitolo in capitolo, seguendo l’onda. Questi momenti di lettura sono quasi magici: nonostante la scomodità di sedie e aula frontale, il tempo sembra quasi fermarsi, cammino tra i banchi, le parole girano tra i ragazzi e le ragazze, c’è un silenzio bello, significativo, interrotto solo da risate o commenti quando i passaggi del testo sono coinvolgenti. Qualcuno al termine della lettura dice: “Fortissimo ‘sto libro, prof! Me lo devo comprare!”.

E poi ci sono i testi scritti da loro, brevi racconti, storielle o saghe in costruzione, che generano dibattiti su personaggi e situazioni, un fare critica letteraria insieme naif e professionale.

Motore di tutto, manco a dirlo, la Grammatica della Fantasia di Gianni Rodari, un’opera che non dovrebbe mancare nella libreria di qualsiasi insegnante, di chiunque creda “nella necessità che l’immaginazione abbia il suo posto nell’educazione; a chi ha fiducia nella creatività infantile; a chi sa quale valore di liberazione possa avere la parola”.

Risucchiato!

trees-698715_960_720Quasi due mesi di scuola passati. Totalmente preso dal corso degli eventi, da lezioni, scadenze, burocrazie, pianificazioni, autoformazioni, suggestioni, progetti da seguire, riunioni, verbali, consigli di classe, verifiche, quiz su Edmodo, registro elettronico, entra in classe-suona la campanella-esci dalla classe, “no, anche oggi tre ore in terza!”, un Google Calendar da riempire, un pomeriggio alla ricerca della buona idea per la lezione di domani, i compiti di realtà, le verifiche significative, il bisogno di spazi, di riflettere, di progettare, di trovare tempo per me, per pensare, per non essere inghiottito da carte e app per prof, piattaforme didattiche, spazi digitali, compiti reali, temi che aspettano di essere corretti, quella lezione fallimentare, quella – invece – che meglio non poteva andare, le ore buttate in pensieri inutili, girando intorno a lezioni che non realizzi, alla ricerca di una perfezione che non esiste.

Due mesi persi via così. Senza mai il tempo per tornare a riflettere su quello che sto facendo.

Anzi, senza riflettere proprio. Trascinato.

Una cosa su cui lavorare, però, l’ho trovata: piccoli passi. Ho capito che per starci dentro devo fare le cose poco alla volta, senza pretendere di essere perfetto: piccole liste, concrete, e un tempo massimo in cui fare tutto.

Questo anche per (ri)trovare il tempo per me, quello che in questi due mesi non ho quasi mai avuto e che, invece, è importante ritagliarsi per non saltare per aria.

Educare nell’era della post-verità

openphotonet_maj_4647

Oggi ricominciano le scuole in Emilia-Romagna. A sorpresa ho una cattedra in una scuola in cui avevo già insegnato un paio di anni fa. Fino all’avente diritto, chissà se fino alla fine dell’anno. Non so nemmeno che classi avrò.

Però un paio di eventi recenti mi hanno fanno riflettere in questo tormentato avvio di anno scolastico.

Primo: la lettura di un articolo di Katharine Viner, giornalista britannica e direttrice del Guardian, pubblicato su Internazionale 1168 con il titolo “La fine della verità” (qui la versione originale in inglese). Un lungo pezzo sui cambiamenti epocali a cui la tecnologia e i social media hanno sottoposto i mezzi di comunicazione oggi e sulla battaglia tra verità e menzogna, tra individui informati e masse di sprovveduti:

L’elemento comune di tutte queste battaglie – e quello che ne rende urgente la fine – è l’indebolimento dell’importanza sociale della verità. Non significa che non ci sia più la verità, ma che non siamo più in grado di metterci d’accordo su quale sia. E quando non c’è consenso sulla verità né un modo per raggiungere questo consenso, subentra il caos.

L’articolo è davvero forte, merita una lettura integrale e si chiude invocando un recupero dei valori tradizionali del giornalismo, “che sono quelli di raccontare i fatti, verificarli, raccogliere le dichiarazioni dei testimoni oculari, cercare di scoprire quello che è successo veramente”.

Secondo: un seminario regionale a cui ho partecipato ieri, conclusione di un bel progetto sull’Educazione alla Cittadinanza Mondiale dal titolo “Un solo mondo, un solo futuro”. Con docenti, rappresentanti di università e ong si è parlato del bisogno di un’Educazione alla Pace e al riconoscimento dei Diritti e delle Diversità.

Questi due stimoli – apparentemente scollegati – mi fanno pensare a quanto sia difficile lavorare nelle classi per la costruzione di comunità educative vive e pensanti, democratiche e libere. Trovo sempre più difficile trattare argomenti di cui è urgente parlare, su cui la nostra sensibilità e la stessa società civile ci spronano a riflettere, che proprio i nostri alunni e le nostre alunne ci chiedono di analizzare, di semplificare, di spiegare – basti pensare all’Isis, al terrorismo mondiale, alla crisi dei migranti, allo svuotamento di senso della politica tradizionale – trovo difficile affrontare tutto questo quando il concetto stesso di verità sembra perdere di senso, di valore. Come si fa? Ma anche, come si può pensare che tutto questo non debba entrare nelle aule, nelle scuole?

Le parole di Philippe Meirieu sono da riscoprire, da ripensare:

In una società democratica, l’educazione è sostanzialmente educazione alla democrazia: essa forma cittadini capaci di comprendere il mondo, definire insieme il bene comune e lavorare a una maggiore solidarietà tra uomini e popoli.

L’incontro con i miei futuri alunni e alunne, il nostro metterci al lavoro insieme sarà il modo più efficace per capire come affrontare tutta la complessità che il mondo di oggi ci impone.

Back to school…quando?

Come ogni anno, settembre è un mese carico di aspettative, progetti, voglia di ripartire ma anche di dubbi. Il primo: dove insegnerò quest’anno?

I mesi estivi sono stati lunghi e piacevoli, nonostante le fittissime polemiche per i risultati parziali del Concorsone (numerosi bocciati, mancanze di griglie di valutazione e di commissioni stabili, prove mal strutturate, ecc.). Al momento, non si hanno ancora i risultati della prova scritta dell’Ad04 dell’Emilia-Romagna, a oltre quattro mesi dal giorno del test.

Tutto ciò ha un senso, crea dibattito, polemiche, voglia di criticare qualcosa di indegno e meschino, ma mi annoia terribilmente. Leggere opinioni contrastanti e lamentele continue è confortante, ti senti compreso e partecipe, ma lascia anche un gusto amaro in bocca. E non serve a molto.

In ogni caso, siamo a settembre e ho voglia di tornare in classe, di progettare percorsi didattici, di conoscere ragazzi e ragazze con cui condividere un percorso educativo. Nonostante la precarietà. Nonostante la supplentite. Nonostante tutto perché questo è il lavoro che mi piace e che voglio fare.

Riprendo questo blog dopo un bel po’ di tempo e, insieme, riparto con un nuovo Mooc, sempre proposto dalla Teacher Academy: stavolta il tema è Cultural Diversity in your Classroom, la prima di tre parti di un corso sull’intercultura a scuola.

Ho una serie di materiali (testi, libri letti, articoli) che voglio iniziare a caricare e a condividere qui, cercando di capire come organizzarli.

Insomma, si ricomincia!

Quello che ho imparato quest’anno

Quest’anno ho lavorato in tre realtà scolastiche molto diverse. Nelle prossime settimane penso che mi capiterà di tornare a raccogliere idee sugli aspetti che più mi hanno colpito durante gli ultimi mesi.

In una delle scuole in cui sono piombato verso dicembre, ho avuto un contratto per 8 ore come insegnante di Potenziamento di Italiano, questa fantomatica novità introdotta dalla recente riforma.

Oggi è stato il penultimo giorno di “lezioni”. Le virgolette descrivono bene il senso del mio fondamentale apporto allo sviluppo della comunità educativa di tale scuola: praticamente nullo, un deserto di incomunicabilità, frammenti di lezioni, discontinuità. Spreco di risorse e di potenziale.

C’è stato, però, un lato positivo: un’esperienza di osservazione diretta del lavoro didattico svolto da tante colleghe/i, più continuativo di quello provato lo scorso anno durante il Tfa.  Tante ore di studio dei rapporti docenti-alunni, dei metodi più autoritari utilizzati per portare avanti lezioni caratterizzate da un sentimento quasi sempre costante: la noia.

Ecco, ho imparato quello che non voglio mai diventare: un insegnante poco attento, che non riesce a coinvolgere colleghi e alunni, che procede per inerzia fino alla fine dell’anno, trascinando stancamente un programma da svolgere senza entusiasmo, senza il desiderio di liberare pensieri e parole di ragazzi e ragazze inchiodati ai banchi, costretti a sorbirsi discorsi a senso unico e caterve di compiti, voti, giudizi taglienti.

Ho imparato anche ad improvvisare, ad avere sempre un’attività in tasca, pronta all’uso in caso di sostituzioni dell’ultimo minuto. Ho capito che, nonostante ciò, il buon esito di una lezione sta nella sua progettazione, nel tempo lungo che richiede la predisposizione di materiali, tempi, obiettivi. E il tutto passa attraverso la sperimentazione, la pratica diretta, che permette di avere riscontri immediati.

Mi sarebbe piaciuto poter lavorare con colleghi/e un po’ più attenti e coinvolgenti perché quella di quest’anno sarebbe potuta essere una bella esperienza di crescita professionale in una realtà scolastica di periferia. Non lo è stato, peccato.

Mi porto dietro qualche delusione, ma soprattutto un modello negativo di insegnante e di scuola che voglio cambiare e combattere con tutte le mie forze. Lavorando, in primis, proprio su me stesso.