Cosa succede se dai a un adolescente un paio di kg di farina o un festival di libri

Questo post è il risultato di alcune letture recenti (un libro, qualche articolo) che hanno al centro, in modo molto sfaccettato, gli e le adolescenti. Non vado a dissertare di adolescenza da un punto di visto socio-psicologico né voglio arrivare a formulare riflessioni generiche. Arrivo dritto al punto e lo faccio usando come riferimenti proprio quelle esperienze o storie che dimostrano quello che penso: gli/le adolescenti hanno un potenziale creativo che aspetta solo di essere liberato. Eppure non sembra essere così. Il prof. Antonio Vigilante ha scritto un bell’articolo in cui dice che

il disprezzo degli adolescenti è radicato nel nostro discorso comune non meno del disprezzo dello straniero o dei Rom.

Gli adolescenti “fuori controllo” di cui parla sono quelli che, forse paradossalmente, tutti vorrebbero tenere sotto controllo, che vengono sbattuti sulle pagine dei giornali per i casi (pochissimi, in realtà) di violenza dentro e fuori la scuola, che ne combinano di tutti i colori e a cui tutti sembrano mancare continuamente di rispetto, ma che a uno sguardo più attento,

sono quelli più a posto, nella nostra società.

E allora arriviamo al libro di cui parlavo in apertura, che rivela cosa si nasconde dietro il paio di kg di farina: il non recentissimo romanzo Bambini di farina di Anne Fine, autrice inglese da leggere e scoprire.È il racconto di una classe di tredicenni scatenati che vengono loro malgrado coinvolti in un esperimento scientifico di puericultura: a ciascuno di loro vengono affidati per tre settimane un pacchetto di farina da accudire e gestire esattamente come se fosse un neonato e un diario in cui tenere traccia quotidianamente di quello che accade durante le giornate da neo-genitori. Qualcuno perde immediatamente la pazienza, qualcuno se ne infischia bellamente ma c’è anche chi, come il goffo protagonista Simon Martin, inizia a prendere sul serio l’esperimento e a imparare qualcosa di più sui bambini e su se stesso.

Simon si sedette al tavolo di cucina di fronte alla bambina di farina e le diede un colpetto. La bambina di farina cadde in avanti. ‘Ah!’ disse. ‘Non sai nemmeno stare seduta!’ Rialzò la bambina di farina e le diede un altro colpetto. Di nuovo cadde in avanti. ‘Non siamo troppo bravi a stare seduti per bene, eh?’ la stuzzicò rialzandola. Questa volta la bambina di farina cadde all’indietro, e precipitò giù dal tavolo nel cesto del cane. ‘Porc…’ ‘Non dire parolacce di fronte a lui’ disse la madre di Simon.’ Gli dai un pessimo esempio.

Una lettura consigliata a chi non crede che un adolescente non sappia prendersi delle responsabilità e guardarsi dentro con profondità. Che poi forse un libro così ti fa pensare che ci sarebbe bisogno di più spazio di parola e azione, in particolare per ragazze e ragazzi. Un esempio ce lo porta Christian Raimo con un articolo su Internazionale nel quale racconta di un piccolo e prezioso festival letterario di Rimini, Mare di libri, e di incontri in cui a intervenire sono solo minorenni. Mi piace molto la conclusione dell’articolo:

Arrabbiati, delusi, fiduciosi, ogni intervento di questi ragazzi è una dimostrazione incredibile di autonomia di pensiero, di capacità di riflessione e di argomentazione, ma soprattutto la riprova che quest’autonomia si genera se fa parte di un dibattito. È innegabile che ci vuole pochissimo a crearlo; allora la domanda è se noi adulti siamo pronti a accogliere questo dibattito, invece di immaginare (più comodamente) di avere a che fare con generazioni infantilizzate, da proteggere, punire, controllare. Se è così, è una sfida che abbiamo già perso.

Parole tanto più interessanti se si scopre che poi questi sono gli stessi ragazzi e ragazze che hanno lavorato e scritto un libroCi piace leggere – in cui riflettono di lettura, si chiedono se esistano libri per maschi e per femmine, se si possa leggere tutto o cosa sono i classici.E allora vorrei continuare a ricordarmi di garantire spazi di parola e ascolto ai miei alunni e alunne perché è proprio da lì che nascono le cose più belle.

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Una rivista di riferimento

Tra i riferimenti importanti per la mia formazione pedagogica rientra senz’altro una rivista: si tratta di Educazione Democratica. Una rivista semestrale che leggo con attenzione da qualche tempo e che si occupa di pedagogia politica, nel senso più profondo e vero del termine. Nei dieci numeri usciti finora (consultabili e scaricabili gratuitamente) sono stati molti gli autori e i fenomeni politici e sociali affrontati: Danilo Dolci, Paulo Freire, John Dewey, Aldo Capitini, l’educazione popolare, la medicalizzazione della scuola, l’educazione degli adulti.

Il bel manifesto redatto dalla comunità scientifica che gestisce questo progetto stimola tanti pensieri e mi trova pienamente d’accordo su molti punti, a partire dal legame inscindibile tra educazione e democrazia.

L’educazione democratica parte dalla relazione tra docente ed alunno per ripensarla a fondo come relazione simmetrica. Essa supera il concetto di autorità con quello di cooperazione nella ricerca della verità e nella crescita comune. Il docente non è un modello, il termine fisso del processo evolutivo degli studenti, ma una persona impegnata insieme ai suoi studenti in un percorso comune di crescita. […] Perché nessuno, per quanto grande siano la sua cultura e la sua spiritualità, può considerarsi nulla più che un umile esploratore della complessa realtà che l’uomo e le sue possibilità rappresentano. Nell’educazione democratica scompare la classe intesa come gruppo di persone che, senza comunicare e collaborare tra di loro, ascoltano la lezione. La struttura adeguata all’ideale dell’educazione democratica è il gruppo di ricerca, un insieme di persone che costruiscono conoscenza valorizzandosi reciprocamente, comunicando in modo profondo, impiegando in modo creativo le proprie competenze, sotto la guida di un docente che non trasmette conoscenze, ma coordina ed orienta il lavoro comune.

Parlare di pedagogia politica sembra trascinarci sul terreno scivoloso dell’ideologia ma, in realtà, pone solo altri interrogativi, fortemente legati alla pratica educativa:

Quale tipo di educazione è coerente fino in fondo con l’ideale democratico? Poiché la democrazia è quel sistema politico nel quale è possibile una piena realizzazione dell’umano, questo problema si risolve in quello più generale, proprio della pedagogia: quale è il miglior modo di educare? Metodologicamente, questa ricerca terrà conto del legame indissolubile tra mezzi e fini. Se il fine dell’educazione è una società di uomini liberi ed uguali, il mezzo non potrà essere che un’educazione che rispetti nel modo più rigoroso la libertà e l’uguaglianza; se il fine è una società nella quale tutti abbiano potere, l’educazione migliore non potrà essere che quella che abitua gradualmente, concretamente all’esercizio del potere.

Una delle spinte a iniziare questo blog è giunta proprio dagli articoli che ho letto su Educazione Democratica, dal bisogno di definire un mio orizzonte di riferimento pedagogico, di taglio – necessariamente – politico.

Entrando in classe mi pongo inevitabilmente il problema di considerare quale sia il modo migliore per realizzare un’educazione realmente democratica, non violenta e rigorosamente rispettosa di libertà e uguaglianza.

Tra qualche settimana la rivista uscirà con un nuovo nome e un nuovo editore: Educazione Aperta. Rivista di pedagogia critica, pubblicata dall’editore Quintadicopertina. A presto!